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Alessandra
Italiani a Vienna
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QuiVienna… Ma é veramente Vienna qui?

Ebbene lo ammetto, quest’inverno, mentre scrivevo con disinvoltura articoli per QuiVienna, io in realtà a Vienna non c’ero. Ero in Italia. O almeno ci provavo.

Basta spulciare tra gli articoli di questo blog per scovare decine di motivi possibili, probabili e più o meno condivisibili che spingono ognuno di noi a pensarci, a volte, al ritorno al Bel Paese.

Motivi affettivi, motivi sociali, motivi climatici, motivi enogastronomici, motivi professionali , a volte motivi inesistenti che fanno comunque venire il mal di stomaco. Ebbene, qualche mese fa anch’io ho impacchettato i miei motivi e sono partita, convinta di non tornare.

Ho il Meldezettel a Vienna da Luglio del 2000. Ovvero, facendo due conti veloci, da quando avevo 22 anni.

Ovvero tredici anni. Ovvero sei appartamenti, sette datori di lavoro, due auto, tre biciclette, due pesci rossi, svariati amici arrivati e ripartiti, innumerevoli cambi di pettinatura, partite IVA aperte e richiuse quasi con la stessa frequenza delle ante dell’armadio al mattino, perché qui a Vienna non si sa proprio mai come vestirsi.

Tredici anni e due tentativi di fuga

Il primo nel 2003. Contratto di lavoro italiano in tasca, non dico un buon contratto, ma esattamente il tipo di lavoro che volevo. Tempo di resistenza: nove mesi conclusisi con fuga a gambe levate su per le Alpi. Fuga dal lavoro? No. Dall’Italia.

Secondo tentativo: Agosto 2012. Forte motivazione affettiva. Intenzione dichiarata ad alta voce di voler restare per sempre questa volta. Risultato? Fuga in punta di piedi alle prime luci dell’alba. Da cosa? Dall’Italia.

Certo, sarei potuta andare ovunque, perché proprio Vienna? Perché Vienna, soprattutto prima del progressivo ingresso dei paesi dell’Est in Europa, sembrava essere una linea d’ombra per gli indecisi, una “non scelta”, la decisione andava giú fresca come un sorso di Sturm a fine estate.

Puntina rossa sulla cartina del vecchio continente, piazzata in un punto strategico, permetteva di muoversi agilmente in tutte le direzioni senza per questo dover rinunciare ad una comoda stabilità sociale, ad una rassicurante qualitá della vita, a contratti di lavoro piú che onesti e ad un fermento culturale non da riflettori e riviste patinate, ma piú di “nicchia” e proprio per questo piú affascinante. Venendo dal Paese dell’eterno compromesso, una spacie di Utopia.

Un misto di lingue, culture, palazzi barocchi, edifici di vetro e architetture tardo-socialiste che dava la sensazione di trovarsi ovunque e in nessun luogo.

Avevo quattro amici storici italiani conosciuti per strada o per caso a Vienna. Il resto era un minestrone di cose, persone, lingue, culture, sapori ed etá, come è giusto che sia all’estero e come, secondo me, dovrebbe essere ovunque.

Cosa è rimasto in me di Italiano?

Da un po’ mi chiedo, dopo tutti questi anni passati qui, cosa sia rimasto in me di italiano, soprattutto a fronte del fatto che dell’Italia ormai so sempre meno, ho smesso di interessarmene da tempo e i fatti recenti dimostrano che non riuscirei piú a viverci. Ma il passaporto non mente, sono italiana, che mi piaccia o no.

Da Marzo sono ufficialmente-di-nuovo-viennese. Mi hanno accolta una neve che non la smetteva piú di cadere dal cielo lattiginoso e una comunità di italiani della cui esistenza non mi ero mai resa conto. Dove si nascondevano? Eppure sono quasi tutte persone che risiedono qui da alcuni anni.

Di fatto gli ultimi mesi sono stati riempiti, con mia grande sorpresa, da cene, gite, aperitivi, incontri, conversazioni, cultura, progetti di lavoro, chiacchiere da bar, tragedie napoletane, scambi di sguardi e di olio d’oliva, come una catena di Sant’Antonio che si autoalimenta. Tutto rigorosamente italiano. Del resto degli abitanti di Vienna sembrano essere rimaste solo alcune briciole sulla tovaglia stropicciata a banchetto concluso .

Qualche anno fa non sarebbe successo. Anzi, ammetto con onestà che qualche anno fa non l’avrei fatto succedere. Ammetto anche, non senza vergognarmene un po’, di aver guardato in cagnesco e cercato in tutti i modi di evitare i miei connazionali viennesi. Non mi sarebbe piaciuto stare qui con la sensazione di perdermi le infinite possibilità offerte delle mille sfaccettature della multiculturalità viennese.

Ho scoperto che mi piace l’italianità…

Ora invece per qualche motivo mi piace “l’italianià” e non sento piú quella fastidiosa vocina che mi sussurra “integrazione, subito!”. Ma una cosa deve necessariamente escluderne un’altra? È davvero necessario costruire categorie culturali in cui identificarsi?

Sará che a me dividere il mondo in categorie non è mai piaciuto molto; le categorie finiscono sempre per stare troppo strette e rischiare di far mancare l’aria a chi ci sta chiuso dentro. Leggendo della controversa tematica dell’integrazione sugli altri blog italo-viennesi, mi è rimasto appiccicato addosso una sorta di senso di esclusione.

In quale categoria mi avranno messa? Da che parte della linea mi devo schierare? Sono integrata o no? Se no, devo diventarlo? E se si, dovrei forse smettere? Panico. Respiro profondo. Risposta: who cares? Non basta vivere e star bene in un luogo, uguale quale esso sia? Non so dare una risposta universalmente valida, posso solo dire che sì, a me basta e sembra bastare anche a molti altri (quindi non sono proprio geek, menomale!).

Ho la sensazione che i “nuovi arrivati” si preoccupino meno rispetto a me all’inizio del millennio e saltellino disinvolti tra le offerte della cittá scegliendo quello che preferiscono senza farsi troppe domande. Di fatto sembra che qualcosa stia cambiando nel modo di relazionarsi fra connazionali.

L’interesse per la diversità si accompagna alla voglia di incontrarsi coi propri “simili”. Certo, gli ultimi mesi potrebbero essere un caso, una mia esperienza personale isolata. Ma guardandomi intorno, non ne ho per nulla l’impressione; ha tutto il sapore di un’inversione di tendenza.

Che sia solo merito della crescente facilità dei contatti grazie ai social networks e alle varie online communities? O piuttosto del sempre crescente numero di Italiani residenti qui abbinato alla nostra caratteristica facilitá di socializzazione in gruppi allargati rispetto ad altre culture?

Io propendo piú per la seconda delle ipotesi, nonostante in un arco di tempo limitato siano nati tre blog principali e svariate pagine e gruppi online di Italiani a Vienna che peró, a mio parere, sono piú l’effetto che non la causa di una mutata esigenza relazionale.

Penso anche che, essendo quello dell’emigrazione giovanile diventato un fenomeno molto piú diffuso rispetto a qualche anno fa, si sia un po’ perso quel senso di esplorazione di terre sconosciute: uno zaino un po’ sgualcito, un moleskine, una cartina sempre troppo grande da poter essere spiegata completamente e una scheda telefonica internazionale per chiamare casa una volta alla settimana, giusto il tempo di dire “è tutto a posto, ritorno per Natale ad ogni costo”.

Nostalgici ricordi dell’era ante smartphone, quando bastava fare 100 Km in autobus per ottenere un timbro sul passaporto… L’Europa si è allargata diventando al contempo piú piccola e muoversi per i suoi vicoli è sempre piú agevole salutando con lo stesso interesse differenze e analogie.

Un mood ibrido e piú rilassato in cui si ricerca il benessere a prescindere dalla bandiera che sventola alle sue finestre e con meno sensi di colpa e di inadeguatezza per una piú lenta assimilazione della cultura ospitante.

Sono veramente a Vienna qui?

Difficile uscirne con in mano un quadro nitido. Una contorta concatenazione di cause ed effetti che sfugge al mio grezzo e frettoloso tentativo di analisi.

Ma adesso, dopo sei mesi, con gli amici che tornano uno alla volta dalle vacanze in Italia, l’autunno che sta per cominciare, gli impegni e i buoni propositi che riempiono l’agenda, mentre cerco di organizzarmi la vita e il tempo dividendoli tra mille cose che dovrei e vorrei fare, mi guardo intorno, stringo la macchinetta del caffè, do un’occhiata veloce a mails e messaggi, quasi tutti scritti in italiano e mi chiedo: sono veramente a Vienna qui?

No, perché da quando sono tornata a me sembra di essere in Italia. Ma un’Italia piú bella, che mi assomiglia un po’ di piú. Un’Italia che parla la mia lingua anche quando ne utilizza altre. Un’Italia in cui mi pare si trovino a loro agio persino gli austriaci.

Un’Italia in cui si potrebbe anche decidere di restare.

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Alessandra

Scritto da Alessandra

Mi chiamo Alessandra, vengo dalla provincia di Varese e vivo e lavoro a Vienna dal 2000.

8 Commenti
  1. Monica scrive:

    Non sei l’unica a pensare queste cose! Te lo dice una che ha blaterato parecchio di integrazione nelle ultime settimane…
    Ho notato, tra gli espatriati di lungo corso, una tendenza comune. Dopo anni a ripeterci “io a fare gruppo solo con gli Italiani mai!” e che “se ti vuoi integrare frequenta i locali!”, una volta raggiuntala, questa benedetta integrazione… ecco… ci si ammorbidisce. Anch’io ho iniziato, dopo 10 anni, timidamente, a cercare la comunità italiana. Sai perché? Mi sono auto-assolta. :-)

  2. Giorgia scrive:

    Dopo tanto tempo trascorso qui a Vienna (circa 16 anni) io non so se posso considerarmi integrata poiche’ e’ tuttavia un termine che non capisco, che non mi appartiene, forse piu’ che integrata userei accettata, quando parlo, le persone mi capiscono perche’ parlo la loro lingua ma non ho condiviso la loro storia, non sono andata con loro a scuola e non mi sono sbucciata le ginocchia insieme a loro. Quando eravamo piccoli non abbiamo guardato gli stessi cartoni animati e letto gli stessi fumetti. Rimango e rimarro’ comunque straniera e questa e’ una condizione con la quale ho fatto pace. Anche io da un paio di anni mi sono riavvicinata per caso alla comunita’ italiana e ho scoperto che mi mancava che era quella parte di me che avevo lasciato in disparte cosi’ presa da altri eventi della mia vita, e devo dire che la cosa mi e’ piaciuta moltissimo ho ritrovato il mio senso di appartenenza, ho incontrato un sacco di belle teste pensanti che mi allietano con la loro compagnia, allegria e ironia. Questo era quello che mi mancava per completare il cerchio :)

  3. Francesca Romana scrive:

    Solo 4 anni qui a Vienna e mi ritrovo molto nelle tue parole. Farsi strada, le ambizioni, lavorare in tedesco e voler entrare in un settore xy e non riuscirci ancora… Integrazione si, integrazione no. La risposta come dice Alessandra è una domanda: “Who cares?”.
    Anche Katharina me l’ho detto ieri: du bist ganz besonders. Ed è questa ricchezza, questa capacità di integrarsi senza perdere se stessi che fa di noi fuori dall’Italia qualcosa di “speciale”.

  4. Monica scrive:

    Scusate, ma da quando in qua “integrazione” vuol dire “perdere se stessi”?
    Essere integrati vuol dire – per riassumere all’osso – non sentirsi fuori posto in un Paese straniero. Un bel traguardo, non una perdita di identità.

  5. Francesca Romana scrive:

    Be’, ho accennato alla questione del “perdere se stessi” perchè, come spesso succede agli inizi, quando non si incontrano volutamente gli italiani, ma solo la gente del posto, per “integrarsi/farsi accettare/imparare la lingua” o che so io, si può arrivare ad una sorta di “crisi di identità” o qualcosa di simile.
    Poi, una volta raggiunta l’integrazione in termini di “mi sento a casa, e non straniero”, si ci riconcilia con la propria identità. E magari, dopo anni, si rivaluta la propria “italianità”.
    Insomma ho sentito gente affermare, dopo anni che erano all’estero: no, no, io non mi sento più italiano, quando poi lo erano in tutto e per tutto. C’è gente che spesso rinnega la propria identità per integrarsi/sentirsi accettata.

  6. Alessandra scrive:

    Come sempre, in caso di dubbio, mi vengono in soccorso le parole stesse, che gran bella invenzione!
    Integrazione deriva dal termine latino integro, composto a sua volta da in e tangere e significa “toccare dentro” (che meraviglia!), ma anche rendere intero, completo.
    Insomma, nessuno ci perde nulla, al contrario, ci guadagnano tutti i soggetti coinvolti.
    Certo, é pur vero che ognuno di noi ha altri tasselli del puzzle mencanti da andare a cercare. Proprio per questo é cosí difficile, ma allo stesso tempo molto interessante, cercare di intrappolare uno stato d’animo in una manciata di frasi quando si tratta di integrazione.

  7. Natalia Pi scrive:

    Bel post, tema interessante. A Vienna ci ho vissuto per tre anni, con una sola amica italiana, che valeva più o meno venti amici: non perché era italiana, ma perché abbiamo condiviso un pezzo di vita, con tutti gli smadonnamenti e le gioie che questa comporta. La mia prima esperienza via, è stata ad Istanbul: le mie amiche più care, lì, erano due francesi ed una turca, non potevo mai parlare italiano, e ciononostante io ero comunque la solita me, cialtrona e chiacchierona. Non cerco di non far gruppo con gli italiani: è che non mi succede. quando ero in Italia cercavo di fare amicizia con gli stranieri, perché mi piaceva incontrare gente di altri paesi. Per quanto mi riguarda, io un po’ mi sono persa, nel senso che non so più bene dove sia casa mia, però è stato un perdersi che mi ha portato così tanto altro, che tento di accettarlo più o meno serenamente. (Non è detto che ci riesca!) Non so cosa sia essere integrati, ma se significa non avere il magone sulla S-bahn aeroporto-casa, tornando dall’Italia, allora ce l’avevo fatta. Mi sa che il mio problema più grande è con l’Italia e con il concetto di “casa”, che con il concetto di integrazione.. Scusate se mi sono dilungata, ma è una bella discussione :)

  8. Lucia Bocchetti scrive:

    Salve mi chiamo Lucia e vivo con mio marito a Vienna da un anno.
    Innanzitutto volevo complimentarmi con Alessandra per il favoloso articolo che ho divorato ma al contempo stesso letto con attenzione.
    Bè io faccio parte della categoria “magone” (come diceva Natalia Pi), sul volo Roma-Vienna. Non vi nascondo però che all’ idea di dover o comunque poter un giorno tornare in Italia, il vuoto nello stomaco mi compare allo stesso modo. Eppure io sono una di quelle, (forse inesistenti), persone che non si é integrata per niente, penso. Sarà che ancora non mi e’ chiaro il concetto di integrazione.
    Si, ho imparato a mangiare e gustare la cucina austriaca, ho imparato a comportarmi come loro, a seguire i loro ritmi di vita insomma, a seguire alcune loro regole, e tutto ciò mi é piaciuto, o forse mi sono imposta di impararle. Ma…non ho imparato ancora la loro lingua, visto che ho solo amici italiani, non ho ancora imparato ad accettare alcuni loro atteggiamenti e forse non accetterò mai di definire “casa” la mia attuale posizione giografica.
    Non fraintendetemi, Vienna é favolosa e ci stò benissimo, ma il richiamo alle “origini” é troppo forte. Forse perché é ancora presto. E’ pur vero comunque che questa e’ l’ Italia che tutti vorremmo.

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