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Pillole di Vienna
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20 anni all’estero: si resta ancora italiani?

Tutto è cominciato quando mia madre in visita diceva che le tagliatelle sapevano troppo di uovo.
Ho continuato a mangiarle con lo stomaco che si contorceva, e non per il gusto sbilanciato, perché, sinceramente, di quello non m’ero proprio accorta. E questo è il problema. No, non la pasta, che era una marca apparentemente italiana comperata a Monaco di Baviera.

Il problema è la mia italianitá. Quando arrivai qui, 20 anni fa a 20 anni, pensavo che la mia nazionalitá fosse un dato dogmatico, un assioma.

Io sono di origine garantita: padre sardo e madre calabrese, natali milanesi e allevamento brianzolo: è scritto nei miei pensieri, affetti primordiali, nel mio sguardo e sui peli delle mie braccia.

Pensavo sarebbe rimasto per sempre cosí. E invece ora, lentamente, si fa strada una nuova consapevolezza: non viene dalla noia di teorie astratte, viene da milioni di passi in un luogo che non è il mio Paese, quintali di Brezel e pane coi semi di zucca, stipendi formulati in un’altra lingua, Guten Morgen e Gute Besserung, 15 gradi minus che tagliano le mani, due figli che mi dicono NEIN, la bici che corre su mille “Radwege”, un documento da Berlino e tasse mai pagate altrove che al Finanzamt; calici di Helles e Abendbrot, Lidl, Penny, vecchi marchi nei cassetti e uscite serene coi capelli spettinati.

Succedono cose strane. Accade che guardo un film nostro e me ne sento inquietamente estranea: certo umorismo lo capisco, ma la comprensione si sta plasticizzando, i luoghi comuni piú ricordo che condivisione; capita che smonti l’importanza di un dettaglio, che beva – e apprezzi – il cappuccino dopo pranzo, che preferisca SAT.1 a Italia 1, e non concepisca un pasto con piú portate.

Dunque la questione è: cosa crea la nostra identitá di patria? Nascita, educazione, o esperienza di vita? Che cosa si diviene, quando questi fattori, col tempo, si sovrappongono? Nell’era di facebook e del mondo globale, come la quotidianitá altrove riesce ancora a conta minarci? Ed è forse un sollievo?

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Scritto da Paolo

Vivo a Vienna dal 2004 e mi occupo di programmazione, consulenza web e marketing. Ho creato QuiVienna nel 2011 come luogo di raccolta di notizie ed esperienze per gli italiani a Vienna.

1 Commento
  1. Monica scrive:

    Per chiarezza chiarisco che la lettera originale è di Rossella Pittorru, pubblicata sul blorum Italians del Corsera il 28 gennaio… da lì avevo preso lo spunto per il post sul mio blog :-)

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