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Ecco gli italiani dai piedi leggeri

Oggi vi propongo un’interessante articolo pubblicato un po’ di tempo fa sul Sole24ore da Franco La Cecla .

Intitolato “Ecco gli italiani dai piedi leggeri”, è un’analisi – con qualche esempio personale del giornalista – sulla generazione di italiani che negli ultimi anni hanno abbandondato in numero sempre maggiore il nostro Paese per vivere e lavorare all’estero, e sulle motiviazione che spingono molti giovani a lasciare l’Italia.

L’articolo mi ha colpito molto perchè riflette in parte anche la mia esperienza personale di “emigrato”, e forse anche quella di alcuni di voi.

Vi lascio ora alla lettura dell’articolo e aspetto le vostre opinioni nei commenti:

Ecco gli italiani dai piedi leggeri

C’è una nuova classe, apparentemente invisibile, che si sta formando da circa vent’anni, una classe che non fa parte della borghesia italiana, che non rientra nell’esercito di precari, né in quello dei raccomandati per famiglia, politica, censo e appartenenza. È una strana compagine di quarantenni, trentenni, ventenni che ha abbandonato l’Italia appena finiti gli studi, o addirittura durante gli studi, fulminata sulla via dell’Erasmus dalla scoperta che la vita all’estero, in Europa, poteva essere tre volte più interessante, facile, appassionante che in Italia. Non si tratta di emigrati nel vero senso della parola e nemmeno di una fuga di cervelli, ma di italiani, ragazzi e ragazze, uomini e donne che stanno all’estero in Europa «come se fossero in Italia».

Hanno scoperto che le complicazioni burocratiche, il clima fatiscente e ricattatorio dell’università italiana, lo strangolamento delle potenzialità giovanili è una malattia solo italiana e semplicemente, rapidamente si sono messi in salvo con un’ora di aereo, chi a Barcellona, chi a Berlino, chi a Parigi, chi ad Amsterdam e altri in Polonia, Portogallo, a Londra, e perfino a Riga e Vilnius.

Io che sono più anziano di loro, ho scoperto a un certo punto che era stupido vivere in una città cara e inefficiente come Milano e che Parigi offriva molto di più con un costo della vita molto inferiore e un’apertura al mondo impossibile a Milano. Quando mi chiedevano dieci anni fa perché stessi a Parigi rispondevo: «È l’unica città italiana che funziona». E non era una battuta, davvero per me Parigi era quello che l’Italia poteva essere se non fosse stata governata negli ultimi cinquant’anni da una classe dirigente che faceva e fa di tutto per restare indietro rispetto all’Europa e al mondo.

La mia era una protesta contro le regole ridicole di una società, quella italiana, che umiliava il merito e ignorava la globalizzazione con un disprezzo verso la cultura, gli intellettuali, i ricercatori. Ricordo ancora l’incredibile piacere di essere chiamato da agenzie sconosciute, da datori di lavoro mai visti, da centri di ricerca i cui direttori non mi avevano mai invitato a cena, ma avevano letto le mie ricerche. Che felicità essere giudicato dal proprio fare e non dalla propria rete di compiacenti alleati!

Quella che mi sembrava una scelta individuale era già invece la scelta di migliaia di architetti, esperti di comunicazione, curators d’arte, videoartisti, fotografi, psicologi, antropologi, registi, artisti, musicisti, danzatori e danzatrici. Il mio amico Emiliano Armani, piacentino, stava da quindici anni a Barcellona. Vi era andato a cercare una formazione in Italia impossibile, quella nello studio del grande Miralles che ti prendeva in stage, ma ti pagava anche. Incredibile per un giovane architetto che era abituato ad essere sfruttato dagli studi milanesi o a volte dover pagare per lavorare in un’agenzia di una grande firma. Emiliano sta ancora a Barcellona, la situazione è cambiata, un po’ più difficile, oggi con la crisi, ma non ha la più vaga intenzione di tornare in Lombardia.

È lui però a dirmi che in realtà ha scoperto di essere italiano proprio a Barcellona. Perché, dice, gli italiani in Italia sono individualisti e non fanno quasi mai gioco di squadra, è solo all’estero che scoprono di avere qualcosa di particolare che li distingue dagli altri, un’italianità che gli “altri”, gli “stranieri” riconoscono subito e che è considerata una qualità e non solo un tic nervoso. E ribadisce che Barcellona per lui è una città italiana, nel senso che lui ci si muove pensando di restare italiano, di non perdere i contatti con l’Italia. Ma è da Barcellona che può agire con una libertà e una creatività che in patria sarebbe solo punita come impertinenza giovanile e incapacità di rispettare faccendieri, speculatori, malavitosi e politici ignoranti.

Michele Ferrà è un siciliano che si è trasferito a Berlino per impiantare una casa di produzione di video e film. Berlino gli dà la tranquillità, l’efficienza, la convenienza – qui la vita costa quattro volte meno che in Italia – e una rete mondiale di contatti. Michele rimane siculo e palermitano fino in fondo, ma non tornerebbe mai a Palermo, città a cui non perdona il carattere nero, spaventosamente squallido e corrotto, la voragine della connivenza mafiosa e l’incapacità di sperare e di fare. Eppure lui non diventerà berlinese, né americano – paese in cui va spesso – né thailandese, paese in cui gira i suoi film.

Matteo Pasquinelli è un ricercatore nel campo dei mass-media e dei cultural studies. Ha fondato Rekombinant, è una delle persone più informate e preparate sul mondo del web, della trasformazione post-globale, delle mutazioni del neo-capitalismo. Pensate che gli abbiano mai offerto nulla in Italia? Pensate che l’Università di Bologna gli abbia spalancato le porte dei laboratori? Ma nemmeno per sogno. Allora sono dieci anni che vive sostenuto da istituzioni britanniche, olandesi, tedesche e che continua a inventare analisi della situazione reale, a scrivere sulle riviste specializzate, ad aprire siti. Lui non diventerà olandese, né tedesco perché è indelebilmente uno spinozista romagnolo, epicureo riminese, nelle sue valigie stipa, a ogni ritorno, farina di castagne dell’Appennino e sangiovese.

Quando andiamo a spasso in una delle sue città europee alla ricerca di un ristorante che non ci faccia troppo sentire la nostalgia a me della caponata e a lui della piadina, ho l’impressione che qualcosa di differente sta accadendo a una parte d’Italia. Queste persone e molte, moltissime altre sono l’Europa, senza bisogno di troppi discorsi e teorie, e hanno capito qualcosa che i teorici dell’Europa non hanno mai capito: che l’euro e l’Europa sono la possibilità di restare italiani, greci, spagnoli, francesi senza essere umiliati dalle stupide politiche nazionali dei rispettivi paesi. Essere europei significa mantenere una propria identità senza doverla confondere con un’appartenenza a una classe dirigente che in patria blocca i processi d’apertura e trasformazione.

Ovviamente questo è il quadro positivo, profondamente innovatore di questa compagine di nuovi europei, sono quello che George Steiner chiama “luftmenschafte”, uomini dai piedi leggeri, una definizione sprezzante con cui i nazisti appellavano gli ebrei e tutti i cosmopoliti. La parte tragica sta nel fatto che questo è il risultato di un’espulsione: per l’Italia si tratta della liquidazione di una potenziale classe dirigente di professionisti, pensatori, ricercatori, imprenditori. E questa è davvero una tragedia: ognuno dei miei amici italiani in Europa condivide amari ricordi di strade bloccate, di rifiuti, di offerte di lavoro ricattatorie, di posti universitari in cambio di una beota fedeltà alla noia accademica.

Allora stare in Europa è diventata anzitutto una forma di cura, un dirsi: ma no, ma no, il mondo non può essere così meschino, c’è merito, speranza, possibilità di trovare persone con cui costruire assonanze e con cui inventare, sperimentare, creare senza il peso di coloro che hanno sempre fatto sì che il mondo dovesse sembrare solo un circolo chiuso e vizioso.

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Scritto da Paolo

Vivo a Vienna dal 2004 e mi occupo di programmazione, consulenza web e marketing. Ho creato QuiVienna nel 2011 come luogo di raccolta di notizie ed esperienze per gli italiani a Vienna.

15 Commenti
  1. sariti scrive:

    Che bell’articolo! Mi ci sono ritrovata anch’io, parola dopo parola.

  2. marco scrive:

    Ciao a tutt! Un articolo che da una visuale totale, reale e attuale! Lo stupido regime, fatto di ricatti, menzogne, minacce, ruffiani, lecca culo, infami, conoscenze, amicizie di un certo tipo, ritardi, fil-code, disservizi, bavagli, interessi, ecc ecc.. che si è creato in Italia, sta portando avanti quest’ onda di persone che scelgono di vivere il loro tempo altrove, l’ Italia è un paese stupendo, ineguagliabile, ma allo stesso tempo ormai invivibile e non degno di avere il tempo e le capacità di certe persone, che magari meritano di essere, se non agevolati, almeno lasciati liberi di esprimersi, vivere, produrre, creare, figliare senza qualcuno che li freni per favorire i soliti che non meritano ma “conoscono”!

  3. Igor scrive:

    Non lo so, forse l’articolo è troppo attuale per uno come me che ha lasciato l’Italia più di 12 anni fa. L’Erasmus l’ho fatto anch’io e da lì ho avuto voglia di andare oltre i confini. Non perché le cose in Italia andavano male o mancavano le opportunità, ma perché volevo conoscere posti e persone nuove. Nessuno mi ha espulso o liquidato come si conclude nell’articolo, anzi. Fossi cresciuto a Pinkerfeld, probabilmente sarei andato a Milano. Era l’Europa che stava progettando la moneta unica e quella che aveva cominciato ad abbattere le dogane alle frontiere. Sono partito da cittadino d’Europa e mi ritrovo di nuovo a dover essere i nuovo italiano o austriaco, peccato.

  4. Gio scrive:

    C’è chi come me, studia il tedesco e sogna Vienna.
    Sono stanca di ricatti, malservizi e preferisco una nuova ‘sfida’ a Bologna.

    1. marco scrive:

      L’ ho sognata per 4 anni e continuavo ad andarci come turista e finalmente giovedì mi trasferirò li, non mollare e senza accorgertene ci 6!!!!!! Auguri

      1. Gio scrive:

        Grazie. Tantissimi auguri per il tuo trasferimento 😉

  5. Luella scrive:

    Wow!!! è proprio quello che penso io
    fra una settimana mi trasferisco a Vienna, ma sono nel panico totale per il lavoro!!!

  6. MarcoZ scrive:

    Io vivo a Vienna da quasi 1 anno e vi assicuro che la differenza si vede e si sente. Ed è quasi incredibile quando viene spiegata agli amici rimasti in Italia.

    1. Igor scrive:

      Mi piacerebbe sapere queste differenze, dopo un po’ di anni tutto mi appare abbastanza uguale. Anzi si cominciano a vedere più i difetti che le cose che funzionano.

      1. L’Italia è sempre più abbandonata: infrastrutture relative ai servizi pubblici, ai trasporti, all’economia persino il patrimonio storico (ieri ci sono stati nuovi danni a Pompei).
        Inoltre, attaccheranno a breve i fondamenti del diritto del lavoro (orari, pause, malattia, licenziamento).

  7. Federica scrive:

    Bello leggere questo articolo e belli i vostri commenti! Sono a Vienna da un mese e spero di starci per un bel pò…tedesco permettendo! In bocca al lupo a tutti!

  8. Silvana Canosa scrive:

    Io sono a Vienna da solo un mese e mezzo, oggi ho finito il corso di tedesco e sto cercando lavoro. Ho già potuto fare due colloqui e anche se non sono andati perfettamente, il solo fatto di poterli fare è stato bellissimo. Sono laureata in lingue e ho fatto un corso di pasticceria: in Italia, dopo cinque anni in cui ho spedito centinaia di curricula, sono stata snobbata da tutti, sia come traduttrice, sia come pasticcera. Nessuno mi ha dato la possibilità di fare nemmeno un colloquio, nonostante abbia anche rinnovato e modificato il curriculum molte volte. Qui a Vienna mi sento libera di essere me stessa, senza dovermi “vendere” o “prostituire” per ottenere un posto da commessa.

  9. david scrive:

    haha, anche io delle volte ho la stessa sensazione. secondo me se si sta per troppo tempo in un posto ci si abitua alle cose e allora anche se funzionano (relativamente) bene si inizia a vedere cosa non funziona e si inizia a criticare.
    un esempio: venuto a vienna ero stupefatto delle piste ciclabili, mai visto una cosa del genere. non capivo la gente del posto che diceva di avere paura ad andare in bici. ora dopo 10 anni non è che abbia paura ad andare in bici, ma certe volte le piste ciclabili mi fanno incazzare per come sono state concepite, o che ad un tratto finiscano o che le devo dividere con i pedoni e via dicendo.
    poi qua la gente non fa un confronto con l’italia, ma con i paesi del nord. e a confronto con copenhagen o amsterdam, le piste ciclabili di vienna non sono un gran che. in confronto a milano o roma invece…
    ciao!

  10. Santo scrive:

    Complimenti per l´articolo, mi ci ritrovo totalmente. Io vivo a Vienna da circa 5 anni e devo dire che non rimpiango di aver lasciato l’Italia, qua ho trovato un lavoro che mi dà sicurezza e che mi piace tanto, cosa non da poco. Purtroppo l´Italia non offre molte possibilità, sarebbe il paese più bello del mondo, se solo ci fosse più lavoro, se i servizi per i cittadini funzionassero così come in Austria ecc. ecc.
    Nonostante tutto però resto sempre italiano e sono fiero di esserlo, quando posso torno sempre in Italia e faccio scorta di prodotti italiani che magari qua a Vienna non si trovano.

  11. Mario scrive:

    Tutto vero, io ho paura che in Italia le cose debbano andare forzatamente male, solo perché fa comodo alla minoranza che detiene il potere ed ostacola il nuovo per paura di perdere i propri privilegi. Più e più volte, non facendo parte del “club degli amici” (non perché non sia amico degli altri, ma perché in certi club non ti fanno entrare nemmeno a pregare in aramaico antico, per la paura di dover condividere una briciola di “potere” con te) ho bussato a porte che non mi sono mai state aperte; sì, perché la cosa più brutta dell’Italia è l’indifferenza con la quale sei trattato, rispondi ad offerte di lavoro dove hai tutte le carte in regola e l’esperienza per poter affrontare seriamente le attività proposte, eppure non vieni neanche chiamato per un colloquio conoscitivo. Ti laurei, ti specializzi, parli tre lingue e resti sempre escluso; sei sempre “troppo magro, troppo grasso, troppo biondo, troppo bruno”, neanche se ti offri di lavorare gratis vai bene, forse dovresti pagarli per il disturbo? Almeno dico, la parvenza e la buona educazione di risponderti “No, grazie” o quella di prenderti in giro facendoti sostenere un colloquio che non ti porterà da nessuna parte, come dire se almeno salvassero la forma potresti ancora credere che non vivi in un Paese marcio, malato e votato al clientelismo e che possa essere possibile un riscatto per l’avvenire. Sentivo Zaia in TV qualche tempo fa che parlando dell’emorragia di emigrazioni di giovani all’estero diceva che poi in Italia in futuro continueranno a servire presidenti di regione, rettori, presidi di facoltà ecc. e quindi che questi giovani dovevano rientrare. Il governatore però ha dimenticato che se non appartieni al “club magico” col cavolo che ti fanno diventare preside o rettore qualunque sia il tuo skill. A me sembra che l’Italia sia ancora nel medio evo come “sistema” di gestione del potere per cui dico ai giovani, figli compresi, che è giusto andare all’estero e ancora più giusto non voltarsi mai indietro, non tornare in Italia nemmeno per le vacanze, perché una madre-Patria che maltratta i suoi figli non è una madre ma una matrigna e non merita alcun amore e nessuna benevolenza. Che restino in Italia solo i potenti, i ministri, i presidenti, i rettori ma senza alcuna popolazione attiva che lavori e paghi le tasse per mantenere i loro privilegi. Che muoia, pian piano, l’intero tessuto sociale quando saranno scomparsi anche gli ultimi anziani pensionati; perché un Paese che non offre possibilità ai suoi giovani è un Paese destinato al fallimento. Forse qualcuno lo capirà quando sarà ormai troppo tardi per dare una svolta. Che amarezza!

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